01-06-2008-Ordinario-A-dom9

 01/06/2008 – T. ORDINARIO – ANNO A – 09 DOMENICA – 2008

Preparazione alla celebrazione della messa.

9ª DOMENICA TEMPO ORDINARIO
Anno A – 1 Giugno 2008

RACCOGLIMENTO
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Amen.
Ascolta, Israele: io sono il Signore Dio tuo…! Ascolta, Chiesa che sei in..; ascolta N [tuo nome].
Eccomi, Signore: aiuta tutti! come ora aiuti noi ad ascoltarti (cfr Dt. 6,4; Lc 8,21; Is 6,8; Ebr 10,1s; Rm 12,1s).

LETTURA
Padre, nulla ci sia più caro del tuo Figlio Gesù!
Donaci di ascoltare la sua parola nell’assemblea dei fedeli (cfr PCFP, 13); tu ci metti in bocca anche la risposta: fa’ che «ascolto e risposta» crescano con l’orante che tu incontri, o Dio (cfr Gregorio, Cassiano, Benedetto…).

TESTI e MEDITAZIONE.

TESTI

Antifona d’ingresso
Volgiti a me, Signore, e abbi misericordia, perché sono triste e angosciato; vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati. (Sal 25,16.18).

Colletta
O Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza, allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Oppure:
O Dio, che edifichi la nostra vita sulla roccia della tua parola, fa’ che essa diventi il fondamento dei nostri giudizi e delle nostre scelte, perché non siamo travolti dai venti delle opinioni umane, ma resistiamo saldi nella fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Prima lettura Dt 11,18.26-28.32
IO PONGO DAVANTI A VOI BENEDIZIONE E MALEDIZIONE.
Dal libro del Deuteronòmio
Mosè parlò al popolo dicendo: «Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi.
Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto. Avrete cura di mettere in pratica tutte le leggi e le norme che oggi io pongo dinanzi a voi». Parola di Dio.

Salmo responsoriale Sal 30
SEI TU, SIGNORE, PER ME UNA ROCCIA DI RIFUGIO.
In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso; difendimi per la tua giustizia. Tendi a me il tuo orecchio, vieni presto a liberarmi.
Sii per me una roccia di rifugio, un luogo fortificato che mi salva. Perché mia rupe e mia fortezza tu sei, per il tuo nome guidami e conducimi.
Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto, salvami per la tua misericordia. Siate forti, rendete saldo il vostro cuore, voi tutti che sperate nel Signore.

Seconda lettura Rm 3,21-25a.28
L’UOMO È GIUSTIFICATO PER LA FEDE, INDIPENDENTEMENTE DA OPERE DI LEGGE.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ora, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono.
Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. Parola di Dio.

Canto al Vangelo (Gv 15, 5)
Alleluia, alleluia. Io sono la vite, voi i tralci, dice il Signore; chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto. Alleluia.

Vangelo Mt 7,21-27
LA CASA COSTRUITA SULLA ROCCIA E LA CASA COSTRUITA SULLA SABBIA.
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Parola del Signore.

Preghiera dei fedeli
La Parola di Dio ci ha richiamati all’essenza del messaggio cristiano, chiedendoci di affidarci, nella fede, a Cristo salvatore e di aderire con la vita alle sue parola. Chiediamo al Padre di aiutarci ad essere fedeli e coerenti nel vivere ciò che crediamo. Preghiamo dicendo: Ascoltaci, Signore.
1. Perché coloro che nel sociale sono investiti di autorità sappiano agire con responsabilità e impegno, consapevoli che stanno operando in nome di Dio. Preghiamo.
2. Per i catechisti e gli educatori, perché sappiano guidare le giovani generazioni alla formazione di una coscienza retta e alla coerenza di una vita vissuta nella fede. Preghiamo.
3. Per chi è immerso nel peccato, perché non si disperi e non si senta perduto, ma lasci spazio alla speranza e alla consapevolezza che il Signore lo ama ed è pronto ad accogliere il suo pentimento. Preghiamo.
4. Perché le famiglie costruiscano la loro casa sulla roccia della fede, orientando il loro stile di vita all’ideale evangelico, anche se questo comporta l’assunzione di valori e comportamenti non sempre compresi e accettati dalla gente. Preghiamo.
5. Perché la nostra comunità viva l’autenticità del messaggio cristiano senza lasciarsi sviare dalla ricerca di visibilità e di successo terreno, ma sappia essere quella comunione d’amore che è luogo privilegiato per l’incontro con Cristo. Preghiamo.
O Dio nostro rifugio, tu che sei la rupe che ci accoglie, la nostra roccia, la nostra difesa, alimenta la nostra speranza e donaci il coraggio di aderire alle tue indicazioni, ai tuoi segnali d’amore, attraverso i quali ci guidi sulle strade del mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte
Fiduciosi nella tua misericordia, Signore, ci accostiamo con doni al tuo santo altare, perché il mistero che ci unisce al tuo Figlio sia per noi principio di vita nuova. Per Cristo nostro Signore.

Antifona di comunione (Sal 17,6)
Innalzo a te il mio grido e tu mi rispondi, o Dio; tendi a me il tuo orecchio, ascolta le mie parole.
Oppure: (Mc 11,23.24)
Dice il Signore: “In verità vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”.
Oppure: (Mt 7,21)
“Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”.

Preghiera dopo la comunione
O Padre, che ci hai nutriti con il corpo e il sangue del tuo Figlio, guidaci con il tuo Spirito, perché non solo con le parole, ma con le opere e la vita possiamo renderti testimonianza e così entrare nel regno dei cieli. Per Cristo nostro Signore.

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MEDITAZIONE o RILETTURA
Padre, fa’ che accogliamo il tuo Figlio Gesù!
La sua Parola alla Comunione (Ant. Com.), con il dono di se stesso, attua in noi nel massimo modo il messaggio dei testi biblici; messaggio che ora ispira e attua i vari momenti della Celebrazione e della Vita.
RATTRISTATO PER LA DUREZZA DEI LORO CUORI.

1°. RITI D’INTRODUZIONE.
Prendiamo coscienza di essere una comunità riunita e preparata dallo Spirito di Gesù ad ascoltare la Parola e a celebrare l’Eucaristia.
Consapevole d’essere convocata e salvata dallo Spirito Santo, l’assemblea accoglie e aderisce con gioia a questo fatto, acclamando unita come un solo individuo: “Volgiti a me, Signore, e abbi misericordia, perché sono triste e angosciato; vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati (Antifona d’ingresso, Sal 25,16.18); e rifacendosi al fatto che Dio tutto dispone secondo il suo disegno di salvezza, anzi, che edifica la nostra vita sulla roccia della sua parola, prega: “Fa’ che essa diventi il fondamento dei nostri giudizi e delle nostre scelte, perché non siamo travolti dai venti delle opinioni umane, ma resistiamo saldi nella fede. Per Cristo nostro Signore. Amen”.

2°. LITURGIA DELLA PAROLA.
Dio parla a noi in Cristo; e lo Spirito ci dispone ad ascoltare la sua Parola. Gesù parla e conclude: Oggi si attua la Parola che udite. – Richiamiamo la Parola, e aderiamo all’azione dello Spirito Santo.

Richiamiamo il Vangelo: persona, messaggio e attività di Gesù, introdotto dal canto al vangelo. Cristo è presente in modo speciale, e parla di se stesso ai fedeli che l’ascoltano stando in piedi.
LA CASA COSTRUITA SULLA ROCCIA E SULLA SABBIA (Mt 7,21-27).
Due possibilità, chiarite dal versetto al vangelo, messo come chiave interpretativa del testo evang.
Per indirizzare e facilitare il fedele alla comprensione del messaggio evangelico, c’è il «versetto al vangelo». Mentre il diacono o lo stesso sacerdote celebrante si accosta al leggio, l’assemblea si prepara ad accogliere la Parola di Gesù, acclamando le parole del Signore, che oggi dicono: “Io sono la vite, voi i tralci; chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15, 5): unità vitale nelle membra del corpo di Cristo, come nei tralci della vite, e non un’esterna impersonale, non coinvolgente, non interessata attività o pratica religiosa; e per esprimere la propria adesione alla Persona di Gesù, l’assemblea ripete con gioia: “Alleluia!”.

Il brano del vangelo d’oggi è la terza parte del trittico conclusivo del discorso della montagna.
Gesù conclude il «discorso della montagna» (Mt 5-7) fornendo i criteri per discernere i veri discepoli di Gesù da quelli fittizi (Mt 7,13-29), che però si proclamano credenti. Gesù dà questi criteri con le immagini della Porta, «porta stretta e porta larga» (Mt 7,13-14); dell’Albero da frutta, come «l’albero si rivela dai suoi frutti» così il falso profeta dalle sue opere (Mt 7,15-20); del Gudice dell’ultimo appello, che emette il giudizio definitivo-escatologico su chi dice solo «Signore, Signore» senza fare la volontà del Padre (Mt 7,21-23); della Casa, «stabile, costruita sulla roccia e casa instabile costruita sulla sabbia» (Mt 7,24-27). Di queste quattro immagini, oggi nel testo evangelico (Mt 7,21-27) troviamo «il Giudice» e «la Casa». Al testo originale biblico la liturgia premette i destinatari: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli».
Il brano evangelico-liturgico costituisce un’unità letteraria perfetta. Per tre volte il discorso viene introdotto da un «chiunque», che lo suddivide in tre piccoli quadri: 1. «Non chiunque» mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà. 2. «Perciò chiunque» ascolta queste mie parole e le mette in pratica. 3. «Chiunque» ascolta queste mie parole e non le mette in pratica.

1. Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà. Questo primo quadro inizia con l’antitesi tra chi dice «Signore» facendo, e chi dice «Signore» non facendo (= non mettendo in pratica); il fare o meno riguarda la volontà del Padre; entra nel regno dei cieli solo «chi fa la volontà del Padre». Ma Gesù non dice qui subito in che cosa consista il «fare la volontà del Padre». Gesù vuole suscitare negli ascoltatori, in noi qui ora, il «desiderio», la «disponibilità» a fare la volontà del Padre, senza alcuna condizione, prima ancora di sapere altro; perché il rapporto, l’amicizia del Padre vale più di tutto, è da desiderare e cercare più di tutto e «sopra tutto», senza condizioni. Gesù ha questa disponibilità, e la desidera nei suoi, come criterio per conoscere l’autenticità della sua dottrina, e comprenderla con lo stesso suo Spirito di Comunione con il Padre; lo dice nella festa delle tende.
«Quando ormai si era a metà della festa – delle capanne – Gesù salì al tempio e vi insegnava. I Giudei ne erano stupiti e dicevano: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato? ”. Gesù rispose: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la «gloria di colui» che lo ha mandato, è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia” (Gv 7,14-18).
Non basta ascoltare o fare, ma voler ascoltare per fare non in nome proprio; e chi vuol fare la volontà di Dio, riconosce Gesù e il disegno di Dio operante in lui, che vuole la volontà del Padre.
Gesù vuol fare la volontà del Padre, perché ama il suo amore per lui, capo con tutte le sue membra, più di ogni altra cosa; e quindi non cerca la propria gloria, ma quella di chi lo ha mandato; dice quello che ascolta «dal Padre», prima che «da qualsiasi altra parte, comprese le Scritture»; parla con l’autorità del Padre, perché la «sua» dottrina è «non sua»; è veritiero, perché il suo pensare e il suo volere combaciano perfettamente con il pensare e il volere del Padre; non ha nulla in proprio Gesù, è Servo di Dio, è spazio riservato al Padre: in lui non c’è ingiustizia.
Accogliere la proposta di Gesù, la sua disponibilità, il suo desidero a fare la volontà del Padre, vuol dire «non accogliere qualcosa di Gesù», «non accoglierlo con qualche riserva»; ma «accogliere tutto Gesù, ed essere disponibili avere anche in noi stessi il suo desiderio di fare la volontà del Padre»; vuol dire «desiderare di non parlare da se stessi», di «non cercare la propria gloria», di «comprendere rettamente la sua parola», di «testimoniarla senza aggiunte o detrazioni». Ma, chi può fare questo? Nessuna creatura: ciascuna persona quindi percepisce chiaro la bellezza d’una realtà che lei non può avere da se stessa, ma solo dalla parola creatrice del Signore.

2. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio. Antitetico al primo quadro è questo secondo, coerente, dominato da chi fa la volontà del Padre, ed è qualificato come «saggio», intelligente e provvidente su ciò che vale più di tutto: la propria esistenza. È segno chiaro che questo secondo quadro propone la vita e l’insegnamento «positivo e attuale» di Gesù stesso: fare la volontà del Padre, conosciuta con l’«ascolto». Deve quindi precedere l’ascolto, poi può seguire la risposta: «Signore, Signore», e sarà una preghiera infallibilmente esaudita, perché chiede ciò che il Signore stesso ha suscitato nel cuore – è la struttura della messa -. Chi «ascolta» ed è così in grado di «fare», è fra coloro che dicono in risposta: “Signore, Signore”, perché «ascolta» prima il Signore, per fare poi la sua volontà. Come può fare altrimenti la volontà di Dio chi prima non ascolta la sua parola che rivela il progetto di Dio, e dà la forza di attuarlo? Il saggio è la persona coerente: ascolta e si lascia modificare la vita, comportandosi di conseguenza. Lo stolto ascolta, ma lascia la sua vita intatta: la sua rovina è (e sarà) grande. Gesù precisa: in futuro, «in quel giorno», sarà svelato il cuore dell’uomo. C’è un tempo donato all’uomo per imparare ad ascoltare, anche a proprie spese, fino a partecipare con tutto il cuore al dialogo interiore con Dio, e il saggio ne fa tesoro.
3. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto. Cosa succede invece a chi non ascolta con interesse a fare? Gesù vede quando ascoltiamo senza determinazione a fare ciò che ascoltiamo; ascoltiamo come spettatori esterni, senza coinvolgimento: non per fare. Gesù ci parla per aiutarci, per accrescere in noi l’impegno ad ascoltarlo, e trarre profitto dal tempo che ci dona. Solo Lui conosce il Padre, il Bene che ci aspetta, e lo vuole rivelare a tutti.
Perfettamente antitetici sono il secondo e il terzo quadro: anche per il ripetersi di tanti termini identici; in positivo nel secondo, in negativo nel terzo, «chi ascolta, e, chi “non” ascolta»; per evidenziare la particella «non»: “Chiunque ascolta e fa (= mette in pratica) – chiunque ascolta e non fa (= non mette in pratica). Il terzo quadro rileva parte del primo, smaschera coloro che sono inclusi nel «non chiunque», gli stolti che costruiscono la casa sulla sabbia.
Gesù rivolge agli stolti una parola «parenetica»=esortativa: vorrebbe indurli a riflettere, a lasciarsi cambiare. Gesù ha un tono duro, cupo per costoro. Le espressioni: “Io non vi ho mai «conosciuti»; allontanatevi da me, operatori d’iniquità” (7,23), e “la sua rovina fu totale (7,27), dicono la stessa realtà: non sono passati per la porta stretta, non hanno scelto d’essere fra i «familiari» di Dio.
Anche il termine «conoscere» richiama l’intimità del rapporto familiare con Dio. Nei frequenti monumenti o castelli, e alle porte d’ogni città, i portoni (porta larga) sono aperti e chiusi in orari fissi. Le strade larghe che vi conducono sono per le persone che passeggiano liberamente senza rapporti fra loro; ciascuno pensa ai propri interessi o svaghi o al giudizio che dovrà sostenere alla porta della città. Ma in quei portoni c’è una piccola porta (porta stretta) che possono varcare in ogni momento i «familiari» del Signorotto o del Responsabile della chiave della città. Tutti costoro non sono liberi; hanno rapporti, impegni, responsabilità: un’appartenenza; sono liberi in altro senso.
L’espressione tecnica: «in quel giorno», avvalora una situazione di giudizio, e nello stesso tempo annunzia il dono del tempo. Gesù, dopo avere indicato il cammino, nel suo discorso della montagna (queste mie parole), parla ora di quello che avverrà alla fine, quando tutti avranno percorso la strada «angusta» o «spaziosa» che hanno scelto, ed egli apparirà come il «Giudice» di tutti: dopo essersi rivelato «il Signore» che parla dalla montagna, e detta la sua legge «delle beatitudini», ora si rivela come il «Giudice»; davanti a lui alla fine tutti dovranno presentarsi. L’annunzio fatto dal Battista riguardo al Giudizio (Mt 3,7-12) avverrà «in quel giorno» definitivo, e non prima. L’aspetto giudiziale di condanna, che appare nel primo e terzo quadro, fa risaltare meglio la luminosità del secondo, che Gesù vuole bene imprimere nel cuore dei suoi ascoltatori, perché sappiano costruire nella sicurezza della salvezza la propria vita, e la sappiano costruire su Gesù, che è la «Roccia». Per questo, bisogna ascoltare le sue parole (queste mie parole dice il testo per indicare il discorso che sta concludendo) e poi «farle», come dice ancora il testo. Un «fare» sinonimo e identico al «fare» la volontà del Padre che è nei cieli, animato da una disponibilità dell’uomo a lasciarsi permeare dall’agire dello Spirito. Ora, alcune precisazioni riguardo al tempo attuale e a «quel tempo».

a. Il «tempo» è dono di Dio per «ascoltare» la sua Parola e imparare ad agire «nel suo nome».
Già nel primo quadro, dopo l’annunzio: “Non chiunque”, Gesù passa al giudizio del tempo finale: “In quel giorno”, e menziona «Tempo», «Ascolto», «Nome». Il Tempo ci è dato per Ascoltare e divenire «Simili a lui», al Nome; e non essere nel gruppo dei «Molti» (vv. 22-23), che ora esternamente appaiono veri discepoli, dal momento che invocano Gesù come il Signore, e operano nel suo nome come guide della comunità (profeti), come operatori di bene (esorcismi, prodigi), e poi «in quel giorno» sentono Gesù che dice loro: “Non vi ho mai «conosciuti». Allontanatevi da me, operatori di iniquità”.
Gesù, dopo avere indicato il cammino, parla ora di quello che avverrà alla fine, quando tutti hanno percorso la strada «angusta» o «spaziosa» che si sono scelta, ed egli appare come il «Giudice di tutti». Infatti, dopo essersi rivelato come il Signore che parla dalla montagna e detta la sua legge, ora si rivela come il «Giudice»: davanti a lui tutti dovranno presentarsi. L’annunzio del Giudizio fatto dal Battista (3,7-12) avverrà quindi «in quel giorno», dopo che anche la zizzania ha potuto, volendo, trovare modo di essere trasformata in «grano buono».
Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!” (Mt 13,40-43). «Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;…”» (Mt 25,41s). Dio mette in bocca allo stesso «fedele bisognoso» la sua sentenza: “Via da me voi tutti che fate il male, il Signore ascolta la voce del mio pianto. Il Signore ascolta la mia supplica, il Signore accoglie la mia preghiera” (Sal 6,9s).
Sembra un assurdo; ma è il Signore che parla, «colui che conosce ciò che c’è nell’uomo» (Gv 2,25). Per Gesù si tratta di gente che in realtà non ha mai accolto la sua parola, non ha mai fatto la volontà del Padre, non ha mai vissuto la relazione «Padre-figli nel Figlio»; hanno agito per altri motivi. Esternamente sembrano veri discepoli, in realtà sono falsi profeti, lupi rapaci. Gesù svela i pensieri dei cuori (cfr Lc 2,35), evidenza la verità della vita. Sono riusciti a nasconderla agli uomini, ma non la possono nascondere al Signore e Giudice, che dice: “Non vi ho mai conosciuti”, non siete mai stati miei discepoli. – A tutti Gesù dice: “Li conoscerete dai loro frutti”, dall’opzione fondamentale per Dio, una vita di appartenenza a Dio, «realmente vissuta nell’obbedienza al Padre». Non una vita costruita sulla sabbia. Alla fine la rovina sarebbe totale: non solo di morte, ma di perdizione (7,13). In realtà il tempo ci è donato per imparare tale relazione. Gesù non condanna, non esclude nessuno; parla ai discepoli, come parla ora a noi, e non esclude chi scaccia demoni nel suo nome; anzi, lui stesso ne ha dato il potere ai suoi missionari:
“E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt10,8).
Ai discepoli dice di non impedire chi scaccia demòni nel suo nome:
“Giovanni prese la parola dicendo: “Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci”. Ma, Gesù gli rispose: “Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi” (Lc 9,49s).
L’imitazione esterna di Gesù da parte di quel «tale» è come una virtù preevangelica, che deve portare alla comunione con Gesù. Già all’inizio della sua storia, la chiesa nascente prende coscienza di questa realtà. Lo vediamo in segni di Paolo ed esorcismi imitativi dei giudei, descritti in Atti.
«Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano. Alcuni esorcisti ambulanti giudei si provarono a invocare anch’essi il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: “Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica”. Facevano questo sette figli di un certo Sceva, un sommo sacerdote giudeo. Ma lo spirito cattivo rispose loro: “Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete? ”. E l’uomo che aveva lo spirito cattivo, slanciatosi su di loro, li afferrò e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa, nudi e coperti di ferite. Il fatto fu risaputo da tutti i Giudei e dai Greci che abitavano a Efeso, e tutti furono presi da timore e si magnificava il nome del Signore Gesù. Molti di quelli, che avevano abbracciato la fede, venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche, e un numero considerevole di persone, che avevano esercitato le arti magiche, portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti. Ne fu calcolato il valore complessivo e trovarono che era di 50.000 dramme d’argento. Così la parola del Signore cresceva e si rafforzava» (Atti 19,11-20).
Il testo sottolinea la differenza fra l’agire di Paolo – di Gesù in Paolo -, e l’operato imitativo dei giudei. Perché non si tratta di fare qualcosa di buono, ma di appartenere a Cristo Gesù: ora «non essere contro di lui», poi «accoglierlo», passare da un «fare» esterno al «colloquio interiore» di chi è cosciente del «fatto» in nome di Gesù, e risponde pieno di Gioia: “Sei tu, Signore, per me una roccia di rifugio” (Salmo Responsoriale) o frasi simili, suggerite dentro dallo Spirito ascoltato. Questo «celebrare» dell’innamorato è cosa diversa da un «fare» esterno, impersonale, magico. È:

b. Unità vitale nelle membra del corpo di Cristo che dice: “Io sono la vite, voi i tralci” (cfr Vers. al vang.). Unità, identità fra vite e tralci, fra Gesù e fedeli. Gesù stesso, come vite, vuole operare in noi i suoi frutti, e noi diveniamo gloria (segno della presenza) di Dio, mostriamo d’amare l’amore di Dio per noi. Pietro è esempio per tutti.
«Gesù dice a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami (gratuitamente) «agapàs me» più di tutte le realtà?”. Gli dice: “Sì, Signore, tu sai che ti amo (con amore reciproco) «filò se»”. Gli dice: “Pasci i miei agnelli”. Gli dice di nuovo la seconda volta: “Simone di Giovanni, mi ami (del tutto, gratuitamente, senza aspettarti nulla) «agapàs me»?”. Gli dice: “Sì, Signore, tu sai che ti amo (amo il tuo amore per me) «filò se»”. Gli dice: “Pasci le mie pecore”. Gli dice la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami (con amore reciproco: con l’amore che io pongo in te) «filèis me»? (Gesù cambia verbo, e usa quello che Pietro gli ha ripetuto finora; come dire: sì, Pietro, mi piace che tu ami il mio amore per te, perché tu non puoi amarmi incondizionatamente «agapào», come mi hai giurato a Cesarea)”. Si rattristò Pietro perché gli disse la terza volta: “Mi ami con amore reciproco «filèis»?”, perché di fatto, Pietro può essere attratto ad amare l’amore di Gesù per lui, ma essere poi capace di avare anche semplicemente in risposta, è sempre grazia, dono del Signore. E dice a lui: “Signore, tutte le cose tu sai, tu sai che ti amo con amore reciproco «filò»”=amo il tuo amore per me: tu mi doni di poterti amare (vedi Lc7,47: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”). E a Pietro Gesù affida le sue pecore (Gv21,15ss).
Fra l’amore gratuito «agapào» e l’amore reciproco di risposta «filèo», Pietro, richiesto da Gesù, sceglie e risponde che può amare l’amore gratuito, divino, infinito di Gesù «filèo», verso di lui, solo ricevendo prima il dono del suo amore gratuito: può dire a Dio “Signore”, dopo aver prima «ascoltato» il Signore. Pietro lo afferma per due volte, finché Gesù, alla terza volta, dice che Pietro può amare l’amore, che gli dà, mediante lo stesso suo amore ricevuto; è uno scambio d’amore che scaturisce dal Padre, tramite Gesù investe Pietro che corrisponde e ama l’Amore del Padre in Cristo. A Cesarea di Filippo Pietro ha detto di amare Gesù gratuitamente, e non è riuscito; ora Pietro dice di avere bisogno di essere lui amato per primo da Gesù. Pietro si rimette a Gesù che sa tutto e sa bene che Pietro ha bisogno di lui. Pietro non pretende più di poter dare a Dio, a Gesù, qualcosa; ma che Gesù, per primo, deve amare Pietro, perché passa anch’egli amare le pecore di Gesù con l’amore di Gesù e come pecore di Gesù. Pietro ha bisogno estremo di essere amato da Gesù; e Gesù conferma la giusta nuova direzione dell’amore di Pietro, che, a nome di tutti, dice: ho bisogno folle d’essere amato da te, Gesù, da te, o Dio. Come creature, noi possiamo amare solo con amore di risposta, possiamo amare l’amore di Dio per noi. Siamo generosi nella misura che siamo depositari dell’amore di Dio che ci spinge ad amare. Nessuno può vivere senza essere amato e sentirsi amato. Gesù poi dice a Pietro di pascere agnelli e pecore di Gesù con l’amore di Gesù; quindi anche i cristiani più piccoli. Gesù ci rende partecipi del suo amore, ci fa grandi, ci fa missionari come lui, riversando in noi il suo stesso Amore, Spirito Santo. Ecco il dialogo creativo del Dio-Amore, ecco la struttura della messa e della vita, ecco la grazia e missione. Infatti, quando Pietro poi pensa più agli altri (a Giovanni, per esempio) che all’amore di Gesù per lui, è richiamato da Gesù stesso.
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava,… disse a Gesù: “Signore, e lui? ”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi” (Gv 21,20-22). Conferma con un’attualizzazione: Gesù stesso ha incaricato i discepoli a fare prodigi nel suo nome, mandandoli in missione. Quando, però tornano, e pieni di gioia dicono a Gesù: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Ma voi, «Non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli»” (Lc 10,17-20).
La chiesa nascente rispecchia qui la missione di Gesù suo capo nel battesimo, tentazione, passione.
C’è un «fatto» del Batt.: Gesù è in fila con i peccatori, e prova un «Desiderio» grande di salvezza per tutti loro, per l’intera umanità. Decide d’immergersi in questo volontà del Padre; immersione nell’acqua per lui ne è il simbolo, d’intensa comunione interiore con il Padre, che lo riconosce.
“Questi è il mio Figlio diletto”, l’uguale a me, in lui ho posto la mia compiacenza!” (Mt3,7).
C’è un «fatto», la tentazione: “Se sei Figlio di Dio”, allora puoi tutto ciò che vuoi, per te! Usa il tuo titolo. Gesù risponde: il mio essere «Figlio» non è un titolo, è un colloquio; esce dalla bocca di Dio.
La passione è un «fatto» di tanti episodi; ciascuno ha l’ispirazione: lo faccio per voi, per tutti; segue risposta positiva: es., consegnato, si consegna; flagellarlo? Accoglie!… Tutti salvi! Nulla «si vede».
Ogni preghiera, come “Signore, Signore”, è una risposta, all’ispirazione nel fatto. Ascolta e rispondi con imperativi di adesione, che lo Spirito pone sulle tue labbra, e il Padre attende, per esaudire le parole di Cristo Gesù in te. Prega ora tutti gli imperativi d’adesione dall’ingresso a dopocomunione. Specie nel salmo responsoriale.

c. Il dono della «santità personale». Nessuna creatura può darsi la disponibilità e la capacità a fare la volontà del Padre; ma le trova già fatte in se stessa la persona che accoglie le parole di Gesù – queste mie parole – «perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste» (Salmo 33,9). Questa è la santità di Gesù nei suoi fedeli, l’appartenenza di Gesù al Padre, donata a noi tutti, come a Paolo, gratuitamente.
“Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!» (Rom11,32).
Con Paolo allora acclamiamo quasi in un salmo responsoriale la misericordia di Dio:
“O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen” (Rom11,32-36; ).
Lo steso Paolo quindi può aggiungere: “Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor2,16) per l’opera creatrice di Gesù in noi, con i fatti. Paolo quindi esorta alla piena unità di pensieri e affetti.
“Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti” (1Cor1,10), per opera di Cristo, che dona ai suoi la comunione «d’intenti» ch’egli ha con il Padre.

d. I carismi. Mentre la «santità personale» si fonda sul dono dell’adesione totale alla volontà di Dio, ch’egli ti dice nei fatti, i «carismi» sono doni dello Spirito perché la comunità resti unita e cresca. Paolo affronta questo duplice problema «della santità e dei carismi». Per l’apostolo i carismi (ICor 12-14) possono anche essere equivocati perché hanno il potere di fuorviare, se non sono ben adoperati. Non è invece equivoco il dono che una persona è ispirata a fare di se stessa al Signore (presentazione dei doni), come sacrificio vivente santo perfetto gradito a Dio, e lo attua. (cf. Rm 12,1-2). Discerne la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui e gradito e perfetto, chi ascolta la parola creatrice di Gesù, l’accoglie, la fa propria per grazia di Dio, che la fa diventare mentalità nostra, modo nuovo di vedere la realtà, la storia, le persone. Solo a queste condizioni uno diventa vero ascoltatore della Parola perché la mette in pratica, altrimenti diventa solo uditore che poi dimentica (cf. Gc 1,22-25).
e. La volontà del Padre coinvolge tutta la vita; è dono: consegnata = «tradere», tradizione. Gesù fa la volontà del Padre, compie la sua opera, e vuole continuare a compierla nei suoi discepoli. Gesù non ha lasciato ai suoi discepoli niente di scritto. I suoi discepoli si sono subito preoccupati di predicare la buona notizia. Solo in un secondo momento nella Chiesa nascente si scrisse il testo. La Tradizione della Chiesa è ciò che a livello di fede ha nutrito fin da subito la Chiesa stessa. La Parola è una concretizzazione ispirata di tale Tradizione che ha preso anche altre vie per giungere fino a noi e superarci. La Tradizione, infatti, è vivificata dal dinamismo dello Spirito. Gesù sottolinea molto il valore assoluto delle sue parole: «lI cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35). Giustamente la Chiesa, fedele al proprio Maestro e alla sua Parola (cf. il vangelo, Mt 7,2127), chiede a Dio di avere come fondamento la sua Parola per rimanere salda nella fede e non essere travolta «dai venti delle opinioni umane» (Colletta).
Gesù fa la volontà del Padre, consegna se stesso a chi lo tradisce, e consegna il suo dono alla chiesa.
Gesù disse loro: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). Anche Gesù non può fare nulla da solo, come dice a noi che non possiamo fare nulla da soli (Gv 15): “Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5,30). «Gesù riprese a parlare e disse: “In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa” (Gv 5,19).
“E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. (Gv 6,39s).

Il Signore non accetta inganni, non accetta che ci illudiamo di fingere di fare la sua volontà.
“Saprete che io sono il Signore Dio, poiché ingannano il mio popolo dicendo: Pace! e la pace non c’è… Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore (Ez 13,9-14). L’ho detto e lo farò.
“Il mondo passa con la sua concupiscenza ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!” (1Gv2,17).

Paolo si modella su Cristo che la notte in cui fu tradito, consegnato, consegna se stesso.
“Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor11,23-26).
E commenta:
“Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor15,3s).
Paolo ci esorta a imitarlo: “Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto” (Ef4,1). “Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto” (Col2,6). “Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete” (1Tess2,13). “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi” (Fil4,9). “Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi” (2Tess3,6).

Richiamiamo la Profezia, portata a compimento in Gesù.
IO PONGO DAVANTI A VOI BENEDIZIONE E MALEDIZIONE (Dt 11,18.26-28.32). Il parlare di Gesù è antitetico; richiama Mosè che, finito di esporre al popolo la Legge, dice «lo pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male … Oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie … Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti …. certo perirete … Ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione, scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza amando il Signore» (Dt 30,15-20).
Anche Gesù, il Signore della Comunità, ci mette oggi di fronte a una scelta, ai pericoli che possiamo incontrare e ci chiama a scegliere la via della vita, e la tramandiamo così agli altri:
“Io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio.
Mosè ha parlato di vita e morte: di Gesù, che già guarda oltre la vita di quaggiù. Parla di «perdizione», e descrive come bella, spaziosa e facile la via che conduce alla perdizione. Parla di vita, e dice più bella e facile la via che conduce alla vita. Come Mosè ha comandato di «scegliere la via», Gesù comanda di «entrare per la porta stretta» (sempre aperta nel grande portone), di intraprendere il cammino che conduce alla vita. Mosè parlava di questa vita, Gesù parla dell’ altra vita, di quella che raggiungeranno coloro che seguono «l’angusta via, dei padroni di casa e dei familiari».

Richiamiamo l’Attuazione: l’opera che ora lo Spirito di Gesù attua in noi come in Gesù, vivente in noi.
SEI TU, SIGNORE, PER ME UNA ROCCIA DI RIFUGIO (Salmo responsoriale, Sal 30). Nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23,46). La fede, l’angoscia e la gratitudine si alternano in questa preghiera; essa rievoca le «confessioni» del profeta Geremia, il suo destino doloroso e la sua intimità con il Signore. (17,14-18;20,7-18). Gesù nel momento di esalare l’ultimo respiro, esprimerà con questo salmo il suo grido di confidente abbandono (Lc 23,46). Dio benedice coloro che si affidano a lui; per essi, egli è luce e guida, forza e coraggio.
“In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso; difendimi per la tua giustizia. Tendi a me il tuo orecchio, vieni presto a liberarmi. Sii per me una roccia di rifugio, un luogo fortificato che mi salva. Perché mia rupe e mia fortezza tu sei, per il tuo nome guidami e conducimi. Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto, salvami per la tua misericordia. Siate forti, rendete saldo il vostro cuore, voi tutti che sperate nel Signore”.

Richiamiamo l’Apostolo, che descrive il discepolo di Gesù.
L’UOMO È GIUSTIFICATO PER LA FEDE, INDIPENDENTEMENTE DA OPERE DI LEGGE.
L’uomo non può salvarsi da solo. I giusti sono dei peccatori perdonati. Credere è, anzitutto, riporre la propria fiducia in Cristo, salvatore di tutti mediante il suo sangue versato sulla croce.
L’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge (Rm3,21-25a.28).

3°. RITI DI PRESENTAZIONE DEI DONI.
Nelle parti liturgiche (Parola e Eucaristia) l’assemblea è ferma, in ascolto, seduta, in piedi; nei Tre Riti – d’introduzione, presentazione dei doni, comunione – si muove. Per esempio, ora, ci muoviamo e offriamo doni per «la presenza di Cristo» e per le necessità degli altri.
“Fiduciosi nella tua misericordia, Signore, ci accostiamo con doni al tuo santo altare, perché il mistero che ci unisce al tuo Figlio sia per noi principio di vita nuova”. La misericordia di Dio è fondamento di fiducia per chi ha nel cuore la disponibilità di fare la volontà del Padre. “Per Cristo nostro Signore”.

4°. LITURGIA EUCARISTICA.
Aderendo all’agire dello Spirito, per mezzo di Cristo – ringraziamento, pane, offerta, intercessione, lode:
«In Cristo ringraziamo e benediciamo il Padre»; da lui tutto proviene, e a lui tutto ritorna.
Grazie, Padre, per il tuo Figlio; in lui, servo obbediente, hai ricostruito l’alleanza distrutta dalla disobbedienza del peccato.
In Cristo siamo trasformati; preso il «pane» e rese grazie, Gesù si dona vero cibo e bevanda di salvezza.
Ora, Padre, manda lo Spirito a perfezionare l’opera di Gesù fra noi, e compiere ogni santificazione: in Cristo tutto tu ci hai donato, insieme a lui noi vogliamo costruire la nostra vita, per la tua gloria, sulla roccia della sua Parola.
In Cristo diveniamo «luogo riservato a lui», che in noi continua a «donare» se stesso.
In noi, Padre, si offre a te Gesù; sacrificio a te gradito, fa di noi un’opera perfetta nell’amore, e ci ammetti alla tua presenza a compiere il servizio salvifico di Gesù.
In Cristo intercediamo per tutti; Gesù «intercede» per noi presso il Padre, e ci fa intercessori con lui per gli altri.
Tutti, Padre: vivi, defunti, celebranti, accogli in Cristo; in noi egli compie la sua opera di salvezza per tutta l’umanità.
«In Cristo glorifichiamo il Padre»; per Cristo, con Cristo, in Cristo, nello Spirito Santo che ci fa santi: glorifichiamo Dio con la nostra santificazione.
A te, Padre, ogni onore e gloria, dall’umanità resa capace di fare la tua volontà in Cristo Gesù, tuo servo obbediente al tuo amore fino alla morte.

5°. RITI DI COMUNIONE.
Preso il pane e rese grazie, Gesù spezza il pane e lo dà ai suoi discepoli perché lo distribuiscano. In Cristo siamo un solo corpo, un pane di vita per tutti: viviamo per lui che è morto e risorto per noi.
Padre nostro, sia fattala tua volontà. Signore Gesù Cristo che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”; non guardare i nostri peccati ma alla fede della tua chiesa, e donale unità e pace, tu che vivi e regni” per sempre. Amen.
“Il Corpo e il Sangue di Cristo, obbediente alla volontà del Padre, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna”. “Innnalzo a te il mio grido e tu mi rispondi, o Dio; tendi a me il tuo orecchio, ascolta in me le tue parole”. “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, tu mi ripeti; ma chi ora ti dice “Signore”, dopo aver ascoltato la tua voce, e accolto il tuo figlio alla Comunione, per fare in lui la tua volontà, o Padre, che ci hai nutriti con il corpo e il sangue del tuo Figlio, e ci guida con il tuo Spirito, perché non solo con le parole, ma con le opere e la vita possiamo renderti testimonianza e così entrare nel tuo regno celeste. Per Cristo nostro Signore. Amen.

CONTEMPLAZIONE
Nella chiesa il Padre convoca i credenti in Cristo, in cinque tappe (v. LG 2). Contempliamo oggi nei suoi cinque momenti, per esempio, La Benedizione:
nella chiesa prefigurata, sin dall’inizio, nella Creazione:
benedizione, per tutti, nei figli, nei greggi, negli armenti, e in ogni bene per la vita;
figurata, nella storia d’Israele, antica alleanza
benedizione, per Israele, nell’ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica, come popolo fedele al suo Dio;
compiuta, in Cristo Gesù, negli ultimi tempi:
benedizione, in Gesù, che fa ciò che vede fare il Padre e dice ciò che ascolta dal Padre.
manifesta, nella chiesa, per lo Spirito effuso:
benedizione, manifesta nella chiesa, resa capace da Gesù di fare la volontà del Padre.
font color=blue>completa, alla fine, nella gloria della Trinità.
benedizione, nell’umanità che in Cristo torna al Padre, piena della sua gloria.

Preghiamo:
O Padre, che in Cristo, vera vite, ci hai inseriti come veri suoi tralci; sii per noi una roccia di salvezza. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Condividiamo la nostra preghiera (neretto) nello schema della preghiera ecclesiale (colori).